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“Il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, ha proposto un programma agli elettori di cui si è persa traccia con il passare degli anni. Probabilmente non è un caso che il titolo dato al suo elenco delle buone intenzioni fosse proprio ‘Immagina’”.

Con queste parole Fabrizio Santori, presidente del gruppo consiliare Fratelli d’Italia, apre l’intervista rilasciata alla redazione Promise Checking sulle politiche regionali.

L’analisi critica di Santori parte dalla prima promessa del programma di Zingaretti, Una regione efficiente, ben organizzata, che utilizza le risorse disponibili. Secondo il consigliere, Zingaretti, nella sua proposta elettorale, aveva promesso contrasto agli sprechi e risparmi attraverso il riassetto della galassia delle società a partecipazione regionale. Tuttavia “anche in questo caso tante parole ma pochi fatti. Zingaretti aveva annunciato la chiusura di dieci società regionali e l’eliminazione di 150 poltrone inutili. In realtà è stato attuato solo un terzo delle azioni previste e si sono concretizzati solo due riassetti societari”. Il riferimento è al fallimento, in termini di risparmi, di Lazio Innova e Bic Lazio.

Altro settore dell’operato di Zingaretti contestato da Sartori è quello delle società partecipate legate a viabilità e mobilità. “Esiste una proposta di legge regionale – spiega il consigliere – che tuttavia giace nei cassetti della commissione competente e non è mai stata analizzata da quest’ultima né dal Consiglio regionale”. Il riassetto coinvolgerebbe Contral Patrimonio, Aremol e Astral. Questa operazione però “strizza l’occhio alla spending review imposta dal governo nazionale, senza portare, nei fatti, alcuna effettiva modifica delle società oggetto di intervento, né benefici per le tasche dei cittadini”.

In definitiva, per Santori, l’unico riassetto riuscito alla Giunta Zingaretti è quello tra le società Lazio Service e Lait, che ha portato alla creazione di Lazio Crea. Anche qui, tuttavia, sussistono forti dubbi riguardo “l’assurda sproporzione tra dirigenti (ben 13) e dipendenti, nella misura di uno ogni diciassette, e sull’incarico conferito a Bruno Manzi, componente della Direzione del Partito Democratico del Lazio, assunto successivamente alla legge regionale sul riassetto delle partecipate. Insomma, ancora un’assunzione della spregiudicata ‘nominopoli zingarettiana’”.